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Le due facce dei biocarburanti

Luci e ombre nell'utilizzo degli ecogas

e7, il settimanale di Quotidiano Energia - L’Europa si è data un obiettivo del 10% di energie rinnovabili nei trasporti entro il 2020 e la maggior parte del contributo al raggiungimento di questo target deriva dai biocarburanti. Quest’ultimi, però, sono generati aumentando la domanda di colture dedicate che deve essere soddisfatta intensificando lo sfruttamento dei terreni.

In questo modo si determina una sorta di circolo vizioso: le produzioni sui terreni agricoli vengono convertite alla fornitura di materia prima per generare biocarburanti (“direct land use change” DLUC) e, conseguentemente, si compensa con nuovi terreni non agricoli che vengono trasformati per coltivare cibo (“indirect land use change” ILUC).

Un fenomeno controverso che approfondisce il documento “Reporting requirements on biofuels and bioliquids stemming from the directive (EU) 2015/1513”, pubblicato sul sito web della Commissione europea. Lo studio raccoglie informazioni sull’impatto dei gas a effetto serra derivanti dall’ILUC. Il timore, secondo gli autori, è che si porti a una sparizione eccessiva di aree di pascolo, foreste o zone già adibite a usi alternativi all’agricoltura.

 

Secondo le direttive UE 2015/1513 del 9 settembre 2015 (articolo 3) e 2009/28/CE, la Commissione europea deve fornire informazioni e analisi relative alle emissioni ILUC associate alla produzione di biocarburanti facendo riferimento a tutti i possibili percorsi produttivi. Dato ciò “è necessario poter definire i criteri per l’identificazione e la certificazione di biocarburanti a basso rischio di ILUC che siano prodotti in conformità ai criteri di sostenibilità dell’UE”, si legge del report. Una sorta di marchio di qualità che, però, non può riguardare “i soli biocarburanti a basso rischio” perché “non sufficiente per essere in grado di evitare tutti gli effetti indiretti”. Oltre ciò, secondo gli analisti, “sono necessarie misure aggiuntive come la pianificazione integrata del territorio a livello regionale e nazionale, comprese politiche territoriali efficaci volte a prevenire le conversioni di uso del suolo insostenibile in tutti i settori”.

Tra i problemi anche il fatto che lo studio sulle emissioni legate al problema del cambio d’uso nei terreni agricoli risente di “base empirica e prove scientifiche deboli”. Dunque, “le incertezze legate alla modellazione dei diversi componenti che determinano gli effetti di ILUC rende difficile limitarli”. Le materie prime a basso rischio di ILUC che vengono invece considerate “promettenti” sono i residui della silvicoltura o della stessa agricoltura.