La Crimea oggi

“Le tasse salgono, gli stipendi non crescono: le cose non sono molto diverse da quando a comandare era Kiev”. Ekaterina ha i capelli biondi e gli occhi azzurri, lavora come contabile in una piccola azienda. E forse è per questo che risponde alle domande - la vostra vita è cambiata in meglio o in peggio dalla “riunificazione”? - senza esitazione. Accanto a lei c’è suo marito, Dimitri. Lui, invece, ha la carnagione olivastra, i capelli neri come il petrolio, occhi verdi smeraldo e un sorriso gentile illuminato da denti bianchissimi. Crimea, crogiuolo di popoli. Fa il pescatore e come Natalia sono venuti al mercato centrale di Sebastopoli per fare la spesa. “Abbiamo votato per tornare a far parte della Russia - spiega - ma non è cambiato molto da allora: le autorità continuano a non combinare nulla, solo interventi cosmetici”. Che il risultato al referendum sarebbe stato diverso se, per esempio, fosse stato concesso più tempo non ci credono. Ma neppure che senza l’intervento di Mosca in Crimea sarebbe scoppiata una guerra come nel Donbass, così come sostengono i fan più sfegatati del Cremlino. “Di certo c’è che i prezzi sono saliti”. E questo, al mercato, lo dicono tutti.

L’Ucraina, d’altra parte, ha di fatto chiuso la sua parte di frontiera e ogni cosa in Crimea oggi viene dalla Russia, o via aereo, con gli alti costi che ne conseguono, o via nave attraverso il porto di Kerch, dove è in corso di costruzione il gigantesco - e costosissimo - ponte che dovrà definitivamente legare la penisola alla madrepatria attraverso un collegamento stradale e ferroviario. Mosca, si diceva, ha varato un imponente piano di investimenti per rivitalizzare l’economia crimeana dopo i 20 anni di cronici sottoinvestimenti patiti negli anni dell’indipendenza ucraina (a cui vanno sommati gli anni della stagnazione di Breznev). Vediamo allora un po’ di numeri. L’ultimo piano d’investimento disponibile del governo ucraino contemplava circa 120 milioni di dollari annui fino al 2020. Poi è arrivata l’annessione. Così, solo nel 2014, da Mosca sono piovuti 124 miliardi di rubli in “sovvenzioni federali” e denari utili a inserire la repubblica crimeana nell’alveo amministrativo russo - assorbendo, ad esempio, i dipendenti pubblici nella struttura federale. Le conversioni in valuta ‘pregiata’ - diciamo euro, per comodità - da qui in poi si fanno più complicate per l’alta volatilità del rublo ma se si fa la media del 2014, in base ai dati forniti dalla Bce, si arriva a circa 2,5 miliardi di euro. Il programma governativo di sviluppo per la Crimea - 2015-2020 - prevede poi una cifra monstre: 736 miliardi di rubli. Per il 2016 si parla di 148 miliardi di rubli che, ancora, stando alla media di cambio Bce fanno quasi 2,1 miliardi di euro.

Il Cremlino ha quindi messo il turbo e, suscitando non pochi brontolii in altre zone depresse del paese che dipendono dalla munificità del governo centrale, ha trasformato l’intera repubblica crimeana in Zona Economica Libera. Ci sarebbe di che essere felici, visti i tempi. Eppure i quattrini evidentemente non hanno iniziato a girare abbastanza velocemente, se non altro per chi come Ekaterina e Dimitri deve campare con uno stipendio fisso e non ‘fa’ il prezzo. Oksana, che al mercato ha una bancarella di frutta e verdura, invece un miglioramento lo vede eccome. “Ci sono più soldi, abbiamo compiuto passi avanti”, racconta elettrizzata. “Certo, ci sono dei problemi ma non si può avere tutto subito”. Che Oksana sia di parte non lo nasconde e anzi ne va fiera. “Io mi sento russa al 100% e la mattina del referendum mi sono presentata al seggio alle 8 di mattina: il risultato non poteva essere diverso”. La Commissione di Venezia, organo consultivo del Consiglio d’Europa, ha ad ogni modo dichiarato il referendum “illegale” sia in base alla Costituzione ucraina che a quella crimeana e la mancanza di osservatori internazionali indipendenti - Osce o Onu - non ha giocato a favore della Russia. Putin, dal canto suo, ha sempre citato il caso del Kosovo come il precedente principe e ha sostenuto che il referendum in Crimea ha seguito “quelle stesse procedure”.

Ma il diritto internazionale a un certo punto si ferma - di norma davanti ai carri armati - e inizia la vita delle persone, checché ne dicano le cancellerie. “Una mia conoscente lavora in una scuola materna, fa le pulizie: quando c’era l’Ucraina prendeva 140 dollari al mese, ora 4mila rubli (circa 80 euro, ndr). Ma come si fa a vivere con 4mila rubli?”. Grigory nella vita invece fa il tassista e per una corsa da Sebastopoli a Yalta, 70 chilometri più a est lungo la costa rispetto a Sebastopoli, di rubli ne chiede 2mila. Per lui i nomi di Putin e Aksyonov non hanno un gran significato, sono entità astratte, simili ai numina degli antichi romani, così come le loro promesse. Che davvero si stesse meglio quando si stava peggio, però, non se la sente di metterlo nero su bianco. “Le strade fanno un po’ meno schifo”, concede. I dati raccolti e analizzati dall’agenzia RBK sembrano in effetti dargli ragione: a tre anni dalla ‘riunificazione’ la qualità della vita resta inferiore alla media russa, con redditi medi più bassi della metà rispetto al resto della Federazione. L’inflazione poi è senza pietà: +26% nel 2015, +7% nel 2016 (soprattutto a causa del blocco energetico, del traffico merci e delle forniture di acqua dolce, che copre l’87% del fabbisogno locale). Detto questo, stando all’istituto di statistica Crimstat, nel 2016 il reddito mensile procapite è pur salito del 21%, toccando quota 19mila rubli (ovvero circa 300 euro).

Quindi chi ha ragione, la gente o gli specialisti? “Non ci sono dati utili per le analisi comparative perché i dati economici ucraini non possono essere convertiti in quelli russi”, dice Natalia Zubarevic, direttrice del programma regionale per l’Istituto Indipendente di Politica Sociale. “L’economia, stando ai numeri ufficiali, cresce ma è così anche in Daghestan e Cecenia, e questo mette in dubbio la qualità dei dati”. In un quadro del genere tocca ingegnarsi. RBK allora ha composto un paniere di generi alimentari di base dai prezzi comparabili e ha notato che se nel 2013, con uno stipendio medio, si aveva un potere di acquisto pari di 7,5 punti rispetto al paniere stesso, nel 2016 il coefficiente è salito a 9/10 punti.

Le cose, dunque, sembrano andare meglio per davvero. Sebastopoli, va detto, giuridicamente fa parte della Federazione Russa, in quanto città d’importanza federale, e non della Repubblica di Crimea. Paradossalmente, quindi, potrebbe beneficiare di minori investimenti pubblici rispetto al resto della penisola, benché sul suo pedigree patriottico non ci siano dubbi. Anzi. Le sue strade traboccano storia, i palazzi in stile neoclassico dei ‘quartieri alti’ trasmettono un’aura di antica ricchezza e il lungo mare, intervallato da insenature e profondi fiordi, ha un suo fascino decadente. Con tanti soldi e un masterplan firmato da un archistar di grido Sebastopoli potrebbe dire la sua anche nel XXI secolo. Ma le sanzioni rendono il futuro incerto, nonostante le buone intenzioni: meglio dunque rifugiarsi nel passato.

“Io ho studiato a Kiev - racconta ancora Natalia - e ho sempre gonfiato il petto quando dicevo che ero di Sebastopoli: è una delle città ‘eroiche’ della Russia”. Qui, d’altra parte, sin dalla sua ri-fondazione in epoca moderna, nel 1784, per iniziativa del principe Potiomkin e con decreto di Caterina la Grande, ha trovato casa la flotta del Mar Nero - sarà forse per questo che nelle strade si ode un russo purissimo, senza uno strascico di accento ucraino. Poi i due terribili assedi: il primo nel corso della guerra di Crimea (1853-1856) e il secondo durante la Seconda Guerra mondiale, quando venne conquistata dai nazisti dopo feroci scontri e poi liberata dalle truppe sovietiche. Insomma, Sebastopoli ha sempre lottato con fierezza per essere russa. Quando Nikita Krusciov trasferì di sua iniziativa, nel 1954, la Crimea sotto la sovranità amministrativa dell’Ucraina - per celebrare i 300 anni del trattato di unione tra Kiev e Mosca - si trattò in fondo di un dettaglio. Che assunse però caratteristiche ben diverse con il crollo dell’Unione Sovietica e la dichiarazione d’indipendenza dell’Ucraina. Sebastopoli divenne non a caso una città a statuto speciale e l’intera Crimea una regione autonoma, così da rimarcare quella differenza che pure l’ha sempre distinta.

“Il popolo crimeano è diverso sia da quello ucraino che da quello russo: ha la sua identità”. Anche Anatoli fa l’autista ma lui è di Kursk, a 600 chilometri da Mosca, e in Crimea, a Simferopoli per la precisione, ci è venuto a lavorare dopo l’annessione-riunificazione, attirato dalle nuove opportunità. “Le leggi russe sono più dure rispetto a quelle che c’erano al tempo dell’Ucraina e al tipo di mentalità che c’è qui”, spiega. A soffrire in particolare sarebbero i piccoli commercianti, che ormai si erano abituati al ‘lassez-faire’ di Kiev e alla corruzione, che a detta di tutti era rampante. “Non so se la Russia ce la farà mai a integrare la Crimea” confida pensoso mentre affronta il traffico caotico di Simferopoli. Anatoli intanto si è portato avanti. “Il clima non è male”, ridacchia. Infatti la Crimea è da sempre la riviera dell’impero - prima russo e poi sovietico - e il Cremlino ora ha tutte le intenzioni di riportare la penisola agli antichi fasti, sviluppando il settore turistico e quello vitivinicolo.

Gli asset della Crimea, ad ogni modo, non finiscono qui. Mosca ad esempio ha intenzione di sviluppare il gioco d’azzardo, facendo della penisola una sorta di Las Vegas del Mar Nero e c’è chi punta addirittura a trasformarla in un paradiso fiscale. La Crimea oggi è insomma (anche) un grande affare, per quanto rischioso. Ma si sa, chi non risica non rosica. Ecco perché da mezza Europa stanno piovendo manifestazioni d’interesse per intercettare i finanziamenti russi e sfruttare le ghiotte condizioni garantite dalla Zona Economica Libera - in barba alle sanzioni, naturalmente.

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