Moda

Moda circolare, tutto quello che c'è da sapere

Tra ambizione e innovazione vale 5mila miliardi. Dai collant con le bottiglie di plastica ai tessuti rigenerati

Gaia Segattini Knotwear © ANSA
  • di Alessandra Magliaro
  • 29 aprile 2021
  • 22:58

Moda circolare: cosa significa e perchè se ne parla così tanto nel mondo? Partiamo da alcuni dati. Secondo la Banca Mondiale, il settore del fashion è responsabile del 10% delle emissioni globali annuali di carbonio, più di tutti i voli internazionali e del trasporto. Non solo, secondo una ricerca pubblicata su Nature Reviews Earth and Environment, ogni anno vengono consumati 1500 miliardi di litri d’acqua, i rifiuti tessili superano i 92 milioni di tonnellate, la lavorazione e la tintura dei tessuti sono responsabili del 20% dell’inquinamento idrico industriale e il 35% delle microplastiche negli oceani è attribuibile ai lavaggi dei capi in fibre sintetiche.
Ma non è tutto perchè una cosa ci riguarda ancora più da vicino con i nostri singoli comportamenti: la Ellen MacArthur Foundation stima che ogni anno si perdono circa 500 miliardi di dollari per indumenti che vengono indossati a malapena, non donati, riciclati o che finiscono in discarica. L'ascesa del fast fashion a prezzi accessibili ha determinato che i consumatori ora acquistano più vestiti, ma li usano per meno tempo. Ma questo non è solo un problema di fast fashion. E anche prima del Covid-19, sottolinea il primo BoF Sustainability Index la sovrapproduzione era così prolifica che solo il 60% dei capi veniva venduto a prezzo pieno. L'eccesso di inventario accumulato durante i lockdown è  sotto gli occhi di tutti. Sono solo alcuni elementi che evidenziano come, così come in tanti altri settori (il food in primis) ridurre i consumi e dunque la domanda avrebbe un primo effetto sull'impatto ambientale, inoltre anche per gli obiettivi che ci si è dati a livello europeo (l'European Green Deal) anche la fashion industry sta sperimentando sempre di più soluzioni che vanno verso la sostenibilità.
Moda circolare è l'estensione del concetto di economia circolare in ambito fashion ossia un sistema economico che si rigenera da solo, riutilizzando i materiali nei cicli produttivi successivi, permettendo così la riduzione degli sprechi, è un cerchio nel quale i materiali continuano a girare, senza mai perdere la loro utilità. La conseguenza di questo è una moda sostenibile, più etica e più responsabile.
Sono obiettivi da raggiungere ma ci si sta arrivando. Anche a marce forzate: ad esempio alla Copenaghen Fashion Week ci sono 17 requisiti di sostenibilità da soddisfare entro il 2023 per essere inclusi nel calendario, tra cui l’impegno a non distruggere i vestiti invenduti, avere almeno il 50% di tessuti certificati, organici o riciclati e utilizzare solo imballaggi sostenibili. E secondo il Circular Fashion Report 2020 il business potenziale del mercato è di 5mila miliardi di dollari, il 67% in più dell’attuale valore della fashion industry. Segnali di una maggiore sensibilità da parte dei consumatori arrivano anche da Instagram, dove l’hashtag #sustainablefashion conta quasi 10 milioni di post: circolarità è diventata una parola d'ordine popolare, con i marchi che puntano a un futuro (utopico?) in cui i vecchi prodotti possono essere riciclati in nuovi in ​​un circolo virtuoso senza sprechi che si smarca da un modello di business lineare e consente una crescita senza sensi di colpa. La moda sostenibile è una moda basata sulla produzione etica, che tiene conto dell'impatto ambientale (riciclo, riuso, baratto, tessuti bio certificati, processi aziendali poco inquinanti o con minor utilizzo di acqua) e sociale (filiera trasparente, filiera corta, compensi equi, luoghi di lavoro sicuri, valorizzazione delle maestranze artigianali locali, commercio equo solidale).

(Un telo di Rifò)

Due termini importanti sono da spiegare a livello di industria: Riciclare che significa distruggere un rifiuto per donargli una nuova vita, trasformandolo in un nuovo materiale o in un nuovo oggetto dello stesso valore. Lo scopo del riciclo è proprio quello di recuperare i materiali di scarto e di trasformarli in materiali riutilizzabili. Rigenerare significa invece riutilizzare scarti e rifiuti senza distruggerli, per dare vita a prodotti che abbiamo un valore maggiore. Rigenerare è un tipo di riciclo che permette al nuovo prodotto di valere di più rispetto a prima (tra i brand italiani apriprista c'è Rifò nel distretto di Prato: raccolgono vecchi indumenti di cashmere, di cotone e di jeans per trasformarli in un nuovo filato con il quale creano nuovi capi di abbigliamento di alta qualità). Nelle Marche, Gaia Segattini Knotweare si contraddistingue per la realizzazione di capi e accessori donna, uomo e unisex, unconventional, con un richiamo agli anni '80, realizzati con filati di giacenza di produzioni italiane di altissima qualità: ogni capo è prodotto in quantità extra-limitate ma con combinazioni di colori e lavorazioni sempre uniche, diverse e irripetibili: perché la creatività è applicata alla disponibilità della materia prima, quindi è il filato disponibile a suggerire il design, limitando anche lo spreco di materiali e l’inquinamento. In Italia c’è un enorme esubero di materia tessile. Se ipoteticamente venisse fermata la produzione, ci sarebbe materiale di lavorazione utile per i prossimi 10 anni. Da qui l’intuizione green di Gaia Segattini, milanese di nascita e marchigiana d’adozione: ricorrere a giacenze di grande qualità per produrre capi originali e di tendenza. Un’idea che ha profondo rispetto per l’ambiente ma al tempo stesso non incide sulla qualità dei prodotti che di fatto resta altissima. Tra i materiali cotone rigenerato, lana shetland, merinos, mohair, alpaca. L’uso di filati già esistenti dà vita ad un processo inverso rispetto a quello industriale: il team di GSK inizia dalla materia prima per inventare il modello e non dal classico bozzetto. Quindi i capi vengono ideati e progettati in base alla selezione dei materiali disponibili e all’analisi della tecnologia, senza creare sprechi né inquinamento. 

Una grande accelerazione si è avuta in tema plastica: il pet viene riciclato ossia distrutto e trasformato addirittura in filato, persino quello per le calze (RadiciGroup di Bergamo e Oroblù di Mantova hanno annunciato in questi giorni “Oroblù Save the Oceans”, il primo collant in Italia realizzato con filati ottenuti dal riciclo del PET delle bottiglie. E' realizzato con Repetable, il nuovo filato di poliestere prodotto da RadiciGroup, ottenuto mediante un processo di riciclo post-consumer delle bottiglie di plastica, consente di abbattere le emissioni di CO2 e ridurre i consumi di acqua ed energia).
E sono 10 i brand italiani che hanno aderito al Fashion Pact per la trasformazione del settore, lanciato da Macron al G7 2019 (Ermenegildo Zegna, Giorgio Armani, Prada, Moncler, Herno, Salvatore Ferragamo, Diesel, Geox, Calzedonia e Bonaveri)
Ma non è facile arrivare alla sostenibilità nonostante gli sforzi. Il report BoF Sustainability Index, pubblicato in questi giorni tiene traccia dei progressi della moda verso gli ambiziosi obiettivi per il prossimo decennio, esamina le informazioni pubbliche per confrontare le prestazioni e consentire confronti omogenei con 15 delle più grandi aziende di moda (da Kering a Lvmh passando per H&M, Nike, Adidas, Inditex, Hermes). Cosa è emerso? "Mentre le aziende di moda parlano più che di sostenibilità, l'analisi di Business of Fashion ha rilevato che le azioni sono in ritardo rispetto agli impegni pubblici, anche tra le aziende più grandi e con maggiori risorse del settore". C'è una grande disparità tra impegno e azione.
I rifiuti sono la categoria con il rendimento peggiore nell'Indice. E anche l'adozione delle soluzioni disponibili oggi è stata limitata: solo sei delle società hanno già offerto una qualche forma di rivendita, solo VF Corp (il gruppo che comprende decine di marchi tra cui Vans, Supreme, Napapijri) e H&M Group hanno dichiarato di proporre il noleggio, due terzi delle aziende hanno dichiarato di offrire una qualche forma di programma di ritiro dei vestiti vecchi e poco più di un terzo delle aziende ha affermato che stavano progettando prodotti in modo che fossero in partenza riciclabili, un passaggio fondamentale per ridurre l'accatastamento di vecchi vestiti nelle discariche. C'è un bisogno urgente e un'opportunità significativa per la trasformazione - sottolinea il report - e segnali comunque in crescita, anche tra i player del lusso: Kering ha acquisito una partecipazione del 5% nella piattaforma di re-commerce Vestiaire Collective a marzo, mentre LVMH ha anche indicato che sta guardando le opportunità presentate dal mercato dell'usato.
Intanto è bene sapere che la maggior parte dei vestiti nel mondo sono realizzati utilizzando combustibili fossili. Il poliestere a base di petrolio è il tessuto più comunemente usato al mondo, con quasi 60 milioni di tonnellate prodotte nel 2019. La seconda fibra preferita dalla moda è il cotone, un prodotto con una complessa impronta ambientale i cui legami attuali con la schiavitù moderna sono problematici quanto il suo passato (un esempio attuale è la guerra in atto di alcuni marchi con la Cina per lo sfruttamento della minoranza musulmana degli uiguri nella regione autonoma dello Xinjiang in cui ci sono campi di lavoro forzato per la produzione del cotone). Spostare la catena di approvvigionamento delle materie prime è una sfida colossale e anche un'immensa opportunità. Adidas acquista solo cotone più sostenibile dal 2018 e Nike dal 2020 per fare due esempi, mentre per l'eliminazione del poliestere vergine ci vorrà molto tempo (Adidas si legge nel report è la più ambiziosa, con l'obiettivo di utilizzare solo poliestere riciclato dal 2024. Più del 60 percento del poliestere nei suoi prodotti proverrà quest'anno da rifiuti di plastica riciclata, ha affermato. Inditex (ossia Zara e non solo) si è impegnata a utilizzare solo poliestere più sostenibile entro il 2025, mentre PVH Corp e H&M Group hanno fissato obiettivi per il 2030). Inoltre Kering e VF Corp. sono le uniche aziende a indicare di essere già impegnate in progetti pilota incentrati sull'agricoltura rigenerativa. Insomma tra ambizioni e innovazioni la strada della transizione è certamente lunga. Intanto cosa possiamo fare? Continuare a chiedere impegni green alla moda, sostenere chi lo fa, ridurre i consumi, far durare di più i capi dell'armadio, utilizzare il noleggio e praticare l'usato.
Alla base dell’European Green Deal, il modello di economia circolare rappresenta un punto di approdo essenziale per contrastare l’inquinamento e il cambiamento climatico. Un modello su cui Be Green Tannery, innovativa conceria con sede a Solofra (AV) e fondata nel 2018 punta fortemente: “Dopo anni di ricerche e numerosi studi, abbiamo implementato un metodo di lavorazione che segue i principi della sostenibilità: il risultato - commenta Felice De Piano, fondatore di Be Green Tannery in un report condotto da Espresso Communications – è una diminuzione del tempo di produzione richiesto per la conciatura che passa da 36 a 24 ore, una riduzione dell’energia impiegata, 360 kW contro i classici 540, e una minore quantità di litri d’acqua necessari, 7mila in contrapposizione ai 10mila normalmente utilizzati. Inoltre, la nostra pelle, la prima ad aver ottenuto la certificazione di prodotto metal free dalla Stazione Sperimentale per l’Industria delle Pelli, risulta molto più resistente, performante e green, in quanto l’assenza di metalli riduce l’impatto ambientale del ciclo produttivo”.
Ma come scegliere capi sostenibili? Secondo Orsola De Castro, pioniera dell’up-cycling, la regola d’oro è “l’indumento più sostenibile è proprio quello che si trova nel tuo armadio”. Affermazione che non stupisce se si pensa che il consumo globale di prodotti tessili è salito a circa 62 milioni di tonnellate all’anno, con un aumento previsto di 102 milioni di tonnellate entro il 2030. Tuttavia, una ricerca di Boston Consulting Group e Vestiaire Collective condotta su un campione di 7mila intervistati di 6 paesi, tra cui l’Italia, ha dimostrato come si stia cambiando rotta, puntando fortemente sugli abiti usati: entro cinque anni il mercato crescerà del 15-20%, passando dai 30-40 miliardi attuali a 64 miliardi di dollari nel 2024.
Inoltre, il 60% degli intervistati dichiara di sentirsi particolarmente attratto da un marchio che si è prefissato obiettivi green, mentre il 31% vende i suoi capi per acquistarne di nuovi. In base al Resale Report 2020 di Thread Up, questa tendenza è guidata dalla Generazione Z: per l’80% dei nati tra il 1995 e il 2010 comprare vestiti usati è un’azione sdoganata, mentre il 90% valuta di comprare vestiti di seconda mano in caso di budget ristretto.
Non solo il consumatore, però, fondamentale adattare un approccio globale all’economia circolare, azione che, secondo il rapporto Breaking the Plastic Wave elaborato da The Pew Charitable Trusts e SYSTEMIQ potrebbe ridurre il volume annuale di plastica nei mari di oltre l’80%, generare risparmi pari a 200 miliardi di dollari all’anno, ridurre le emissioni di gas serra del 25% e creare 700mila posti di lavoro entro il 2040. La strada è ancora lunga, ma secondo gli esperti del settore, la direzione è quella giusta. Secondo Elena Cedrola, docente di Marketing e Management all’Università degli Studi di Macerata “Molte aziende si stanno impegnando in varie iniziative post-vendita come il riutilizzo, il riciclo e la rigenerazione, volte a creare valore anche dai capi d’abbigliamento dismessi. Anche innovazione di processo, studio di nuovi materiali di derivazione naturale e integrazione verticale, possono costituire elementi di spinta verso una rivoluzione green, rispettosa di culture e obiettivi d’impresa”. A confermare una maggiore consapevolezza delle aziende e dei consumatori è anche Ariela Mortara, docente di Sociologia dei Consumi all’Università IULM di Milano: “È possibile immaginare che verranno premiate le aziende e i brand capaci di dimostrare il loro impegno sostenibile su più fronti, così come probabilmente, a fronte di una riduzione degli acquisti, ci potrà essere una rivalutazione dei capi di buona qualità, sia dal punto di vista dei materiali sia del design, capaci di sopravvivere al rapido turn over imposto dalla moda”. Infine, sul tema interviene Giovanni Maria Conti, docente di Storia e Scenari della Moda al Politecnico di Milano: “Anche i luoghi preposti all’acquisto cambieranno aspetto; forse potremo trovare prodotti da comprare al momento o da noleggiare anche solo per una riunione o una colazione; così come potremmo ricevere lì i nostri acquisti online e, perché no, trovare personale specializzato per la cura o la messa in misura di ciò che abbiamo comprato. Il cambiamento a cui tutti assisteremo, progettisti, imprenditori, professionisti e artigiani, credo che sia la più grande sfida progettuale del prossimo futuro”.
"L'Italia è una superpotenza nell'economia circolare con la più alta percentuale di riciclo sulla totalità di rifiuti: il 79%, il doppio rispetto alla media europea, e grazie a questo risparmia 63 milioni di tonnellate equivalenti di tonnellate di CO2". Emerge dal documento che sintetizza i punti di forza e i talenti del nostro Paese realizzato da Fondazione Symbola in collaborazione con Unioncamere ed Assocamerestero, con il patrocinio del ministero degli Affari esteri  e il ministero della Transizione ecologica.

 

  • di Alessandra Magliaro
  • 29 aprile 2021
  • 22:58

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